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Dark web, aumentano gli annunci di compravendita di exploit per vulnerabilità software

Tra gennaio 2023 e settembre 2024, il mercato degli exploit per vulnerabilità software ha mostrato una crescita significativa, con 547 annunci individuati dagli esperti di Kaspersky Digital Footprint Intelligence.

Tali annunci, pubblicati su forum del dark web e canali shadow di Telegram, riguardano principalmente exploit per vulnerabilità zero-day e one-day. Tuttavia, verificare l’effettiva validità di questi exploit è spesso complesso, poiché il mercato nero è pieno di truffe. Il costo medio per gli exploit di vulnerabilità che permettono l’esecuzione di codice da remoto si aggira intorno ai 100.000 dollari.

Che cos’è un exploit e quali sono i più diffusi?

Gli exploit sono strumenti utilizzati dai criminali informatici per sfruttare debolezze nei software, come quelli di Microsoft, con l’obiettivo di ottenere accesso non autorizzato ai sistemi o rubare dati sensibili. Più della metà degli annunci (51%) riguarda vulnerabilità zero-day o one-day.

Gli exploit zero-day si riferiscono a falle non ancora scoperte o corrette, mentre quelli one-day colpiscono sistemi che non hanno ancora installato le patch disponibili. Questo tipo di attacco rappresenta una seria minaccia, soprattutto per le applicazioni aziendali, dove gli attacchi possono generare furti di informazioni o spionaggio.

Picco di attività a maggio 2024

Nel 2024, il mercato degli exploit ha raggiunto il suo picco di attività a maggio, con 50 annunci, rispetto a una media di 26 al mese nei periodi precedenti. In questo periodo è stato venduto uno degli exploit più costosi dell’anno, presumibilmente legato a una vulnerabilità zero-day di Microsoft Outlook, offerto per quasi due milioni di dollari.

Questo dimostra come il mercato degli exploit possa essere imprevedibile e difficile da collegare a eventi specifici. Nonostante le variazioni di attività, la minaccia rappresentata dagli exploit rimane costante.

Le vulnerabilità più ambite: RCE e LPE

Il dark web offre un’ampia varietà di exploit, ma quelli più richiesti sono per vulnerabilità di tipo RCE (Remote Code Execution) e LPE (Local Privilege Escalation). Gli exploit RCE, che permettono agli aggressori di prendere il controllo di un sistema, sono considerati particolarmente pericolosi e il loro costo medio si aggira intorno ai 100.000 dollari.

Gli exploit LPE, che permettono di ottenere privilegi elevati all’interno di un sistema, costano invece circa 60.000 dollari.

Come difendersi dalle minacce

Per proteggersi da queste minacce, Kaspersky consiglia di monitorare costantemente il dark web alla ricerca di potenziali rischi con strumenti come Kaspersky Digital Footprint Intelligence.

Inoltre, è fondamentale adottare soluzioni di sicurezza in tempo reale, come la linea Kaspersky Next, ed effettuare valutazioni periodiche della sicurezza per individuare e correggere eventuali vulnerabilità prima che possano essere sfruttate dagli aggressori.

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Statistiche

Affitti più cari del 75% rispetto al mutuo. Ma servono troppi risparmi per comprare casa

L’affitto medio mensile per una casa con due camere da letto è di 904 euro, mentre la rata del mutuo si aggira intorno a 516 euro. In pratica, il canone mensile per un appartamento di questa tipologia è del 75% più caro della rata del mutuo necessaria per comprare la stessa casa. Ma per acquistare occorre avere a disposizione un acconto di almeno 42.703 euro.

Secondo i dati del portale idealista.it, per quanto riguarda le rate dei mutui Milano guida la classifica, con una rata media di 1.500 euro mensili per appartamenti con due stanze da letto. Le rate più economiche si trovano invece a Biella, con 178 euro.
Milano registra anche il prezzo di affitto più alto: una casa con due camere da letto costa in media 1.825 euro al mese. All’estremo opposto, Caltanissetta, dove ne bastano 418.

Messina in testa per divario tra canone e rata 

Nella maggior parte dei casi, la differenza tra affitto e mutuo è minore a livello di capoluoghi. Tuttavia, in otto capoluoghi lo scarto tra rata e canone è più del doppio, con Messina (154%) in testa davanti a Genova (116%) e Catania (111%).

Tra i grandi mercati, Torino registra il divario più significativo, con una differenza del 74%, seguita da Napoli (48%) e Roma (43%). Al contrario, Pesaro (-5%), Bolzano (-9%), Rimini e Trento (entrambe -12%) sono le uniche città dove l’affitto è più basso della rata del mutuo.
A livello provinciale le discrepanze sono ancora più pronunciate. In 22 province l’affitto costa almeno il doppio della rata, con la provincia di Aosta che registra una differenza del 170%.

Per un finanziamento serve circa il 30% del valore dell’immobile

Per ottenere un finanziamento ipotecario è fondamentale avere risparmi sufficienti a coprire l’acconto, che solitamente corrisponde al 20% del valore dell’immobile, oltre alle spese accessorie legate all’acquisto, che ammontano a circa il 10%.
In totale, quindi, per accedere a un mutuo è necessario disporre di circa il 30% del valore dell’immobile.

Milano si distingue come la città dove è richiesto il maggior capitale iniziale, con una media di 124.191 euro, seguita da Bolzano (109.363) e Venezia (96.820).
Biella, invece, è il capoluogo dove si richiede il minore ammontare di risparmi (14.727), seguita da Ragusa (17.174) e Caltanissetta (17.321).

Il sistema finanziario non vuole correre rischi

“Lo studio mette in luce la complessa situazione delle famiglie in relazione all’accesso alla proprietà della casa – commenta Per Vincenzo De Tommaso, portavoce di idealista -. In quasi tutti i mercati le famiglie potrebbero pagare più facilmente la rata del mutuo che l’affitto mensile, ma in molti casi non possono fare il salto perché mancano dei risparmi necessari. Purtroppo, i prezzi elevati degli affitti impediscono di generare i risparmi necessari per poter acquistare una casa e accedere a una situazione di maggiore stabilità e sollievo finanziario. Poiché non è realistico aspettarsi un allentamento dei criteri di rischio da parte del sistema finanziario, l’unica soluzione praticabile sembra l’adozione di misure che aumentino significativamente l’offerta di case in affitto”.

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Estate 2024: il 93% degli italiani in vacanza, ma non troppo lontano 

Secondo i dati dell’indagine condotta dal Centro Studi del Touring Club Italiano sulla community TCI, tra giugno e settembre il 93% degli italiani ha fatto almeno una vacanza, soprattutto in Italia (67%). L’estate 2024 conferma quindi un certo interesse per le vacanze di breve raggio. Il 38% dei vacanzieri, infatti, afferma di aver trascorso le vacanze all’interno della regione di residenza oppure in una limitrofa. Mentre chi ha scelto l’estero (33%) ha viaggiato soprattutto in Europa (28%), il 2% nelle Americhe, il 2% in Asia-Pacifico e l’1% in Africa-Medio Oriente.

Le regioni italiane più frequentate sono invece il Trentino-Alto Adige (16%), la Toscana e la Sardegna (10%) e Puglia (9%).

Cresce l’interesse per la montagna. Ma il mare è sempre il mare

All’estero il Paese più scelto è la Francia (17%), seguita da Grecia (16%), Spagna (12%) e Norvegia (6%).
Il mare è ancora la meta preferita, anche se diminuisce la quota di persone che lo scelgono (38% rispetto a 42% del 2023). Al secondo posto tra le tipologie di viaggio più gettonate c’è la montagna (20%) in lieve crescita da qualche anno, e tuttora sopra le percentuali del 2019.

Con una quota analoga continua inoltre il recupero dei viaggi itineranti in auto, moto e camper (19%), anche se non ancora tornati ai livelli pre-pandemia. E si conferma, almeno rispetto ai dati pre-Covid, una certa rilevanza di borghi ed entroterra (6%), oltre al consolidamento delle città d’arte (7%).

Hotel o villaggi? Alla fine si opta per la seconda casa

Hotel e villaggi restano la tipologia preferita per l’estate (44%), in lieve contrazione gli appartamenti in affitto (22%) rispetto al 2023, mentre tengono le seconde case (12%). Queste ultime continuano a rappresentare una soluzione che riscuote ancora un certo successo, soprattutto se confrontata con il 2019 (6%).

Confrontando i dati previsionali di giugno con quelli a consuntivo di settembre, lo studio segnala che le seconde case sono state più utilizzate rispetto a quanto dichiarato prima di partire (9% vs 12%). Ciò è andato a discapito soprattutto di hotel e villaggi, dove il 47% della community TCI (rispetto al 44% del dato a consuntivo) affermava che vi avrebbe soggiornato.
In questo caso, il caro-vacanze potrebbe aver influito nella scelta finale di queste soluzioni ricettive.

Il turismo lento prende sempre più piede

Per il secondo anno consecutivo, TCI ha approfondito anche la tipologia ‘turismo lento’, ovvero, le vacanze effettuate prevalentemente a piedi, in bicicletta oppure utilizzando mezzi di trasporto ‘slow’ (cavallo, barca a vela ecc.).
Dal punto di vista dell’incidenza percentuale sui viaggi estivi, riporta Askanews, si tratta di un turismo ancora di nicchia (2%), che però sembra consolidarsi nel tempo.

La quasi totalità (92%) di chi ha fatto un viaggio slow, infatti, non è alla prima esperienza (93% nel 2023), e si è spostato perlopiù a piedi (45%), in bicicletta (29%) o con altri mezzi lenti (26%).
Il 40% dei turisti lenti (+6% vs 2023) ha seguito un percorso già noto, mentre la restante quota ha optato per itinerari diversi, non necessariamente conosciuti o predefiniti.

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Economia

AI: per i lavoratori porterà benefici, ma poche aziende investono

L’AI è sempre più rilevante, tutti ne comprendono i vantaggi. Ma le aziende non investono abbastanza. Perché?
Secondo una ricerca condotta da ASUS Business su oltre 300 decisori aziendali italiani, chi utilizza l’AI, anche solo a livello superficiale, ne percepisce i vantaggi. Il 74% degli intervistati è infatti d’accordo sui benefici, concreti, potenziali o futuri derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie.

Ma allo stesso tempo meno del 28% ha già investito nell’AI, principalmente nei servizi legati alla cybersecurity, in quelli generativi o di gestione della logistica. Il 46% invece sta investendo in maniera debole, e non pensa di continuare a farlo nei prossimi anni.

Mancano personale formato e budget

Il 77% di intervistati esprime inoltre la necessità di una maggiore formazione, mentre fra chi già utilizza l’AI, il 35% non ha le competenze adeguate.
Nel caso di inserimento di figure specializzate, per il 35% degli intervistati la propria azienda avrebbe difficoltà a trovarle. La formazione però non è l’unica barriera, soprattutto per le Pmi, che registrano un numero ancora più basso di azioni concrete in questo campo.

Altri limiti riconosciuti a livello aziendale riguardano la mancanza di finanziamenti/risorse economiche (52%), e la poca conoscenza a livello manageriale e dei fornitori su questo tema (51%). 
In pratica, l’interesse è alto, ma il budget e i piani di investimento non sono diretti in questo ambito.

… ma prevale l’ottimismo

A oggi, solo il 39% dei dipendenti italiani si definisce reale conoscitore degli strumenti di AI, ovvero, li usa abitualmente e ne studia le funzionalità. E solo circa un’azienda su 5 ne fa un uso discreto.
In ogni caso, il 59% dei dipendenti è ottimista e pensa che l’AI porterà grandi benefici in diversi ambiti, Inoltre, il 73% pensa che diventerà entro i prossimi 10 anni (il 62% prevede questo impatto già nei prossimi 2-3 anni).

A livello aziendale, si aspettano benefici soprattutto nel campo dell’innovazione, intesa come capacità di immettere sul mercato nuovi prodotti, seguita dall’efficienza e semplificazione dei processi. Due elementi che per il 63% degli intervistati porteranno a un miglioramento della reputazione dell’azienda presso la clientela.

Solo il 7% dei dipendenti dispone di strumenti tecnologici adeguati

A livello più operativo e personale, poi, il 56% è convinto che un’adozione di questi strumenti possa realmente portare un impatto positivo sui processi aziendali, i servizi offerti e le posizioni di lavoro. In particolare, i lavoratori si aspettano maggiore efficienza e semplificazione dei processi a loro attribuiti.

Appare poi evidente un limite importante a livello più operativo. A oggi solo il 7% dei dipendenti dichiara di avere i dispositivi tecnologici necessari a gestire operazioni con l’AI senza quindi doversi affidare a soluzioni esterne, spesso non approvate dall’azienda o che richiedono la condivisione di dati personali.

Una criticità che secondo il 71% dei dipendenti dovrebbe essere risolta con una maggiore dotazione per agevolare il lavoro, e favorire la sicurezza degli utenti.

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Minacce digitali: attacchi tramite e-mail +293% nel I semestre 2024

“Gli attacchi via e-mail aumentano del 293%, ed emergono nuovi gruppi di ransomware”: è questo il titolo del report di Acronis sulle minacce digitali del primo semestre 2024, 
Nel primo trimestre 2024, Acronis ha infatti registrato 10 nuovi gruppi di ransomware, che nel complesso hanno rivendicato 84 attacchi informatici in tutto il mondo.

Il ransomware continua a essere una tra le principali minacce per le Piccole e medie imprese, soprattutto in settori critici come quelli governativo e sanitario.
Il report, basato su oltre un milione di singoli endpoint Windows distribuiti in 15 paesi del mondo, evidenzia un aumento del numero di rilevamenti di ransomware, con un incremento del 32% tra l’ultimo trimestre del 2023 e il primo del 2024.

Le tecniche più diffuse per violare le difese degli MSP

A sostegno della mission Acronis di creare iniziative aziendali su misura per i Managed Service Provider (MSP), il report analizza le modalità con cui gli MSP subiscono attacchi e compromissioni. E gli attacchi di phishing e di social engineering, gli exploit delle vulnerabilità, la compromissione delle credenziali e gli attacchi alla supply chain risultano essere le tecniche più efficaci per violare le difese di cyber security degli MSP.

Il report si concentra anche sui trend emergenti della cyber security, evidenziando l’uso crescente dell’Intelligenza artificiale generativa e dei grandi modelli linguistici (LLM) da parte dei cybercriminali.
In particolare, Acronis sottolinea la crescente diffusione dell’AI nella creazione degli attacchi di social engineering e di automazione.

L’AI utilizzata per generare malware

I più comuni attacchi generati con l’Intelligenza artificiale rilevati includono le e-mail pericolose, l’uso di deepfake per la compromissione delle e-mail aziendali (BEC) e le estorsioni, l’elusione delle verifiche KYC e la produzione di script e malware. 

I ricercatori di Acronis hanno quindi individuato due tipi di minacce relative all’AI. Il primo tipo riguarda le minacce in cui il malware viene creato con tecniche di AI, anche se questa non viene utilizzata durante l’attività di attacco. Il secondo è invece il malware basato sull’AI, che incorpora questa tecnologia nel suo funzionamento.

Il 27,6 % di tutte le e-mail ricevute è spam

Il report segnala che i paesi più colpiti dagli attacchi malware nel primo trimestre 2024 sono Bahrain, Egitto e Corea del Sud. Inoltre, il 26% degli utenti ha segnalato tentativi di phishing tramite URL dannosi, e nel primo trimestre 2024, Acronis ha bloccato 28 milioni di URL sugli endpoint.

Il 27,6 % di tutte le e-mail ricevute è spam e l’1,5% di queste contiene malware o link di phishing. Ogni esemplare di malware circola in media per 2,3 giorni prima di scomparire.
In questo primo trimestre Acronis ha reso pubblici 1.048 casi di ransomware, con un aumento del 23% rispetto al primo trimestre 2023. Il social engineering ha invece registrato un aumento del 5% rispetto al primo semestre 2023, mentre gli attacchi malware sono diminuiti dall’11% del primo semestre 2023 al 4% del primo semestre 2024.

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Meno credito alle imprese: perché aumenta il rischio di infiltrazioni criminali?

La conferma viene dall’Europol: l’80% delle organizzazioni criminali attive in Europa utilizza le imprese per reinvestire i proventi ottenuti illecitamente. Se poi negli ultimi 12 anni in Italia i prestiti bancari alle aziende hanno registrato una caduta del 27%, pari a -247 miliardi di euro di impieghi vivi in essere, ciò rischia di alimentare, indirettamente, il la presenza sempre più diffusa nell’economia reale delle organizzazioni criminali.

In particolare, nei settori ad alta intensità di contante (ristorazione, intrattenimento, sale giochi), in quelli che richiedono il controllo del territorio (edilizia) e nei comparti meno innovativi, che non richiedono competenze specialistiche. 
È l’allarme lanciato dall’Ufficio studi della CGIA: nei momenti di crisi i criminali sono infatti gli unici soggetti che dispongono della liquidità necessaria per ‘aiutare’ chi si trova in difficoltà economica.

Realtà illegali anche nel Centro-Nord

I segnali di una presenza consolidata della criminalità nel mondo delle imprese del Nord risalgono a 25 anni fa.
A livello territoriale la presenza più diffusa delle organizzazioni economiche criminali si registra nel Mezzogiorno, ma segnali inquietanti indicano la presenza di realtà illegali nelle aree economicamente più avanzate del Centro-Nord. 

I territori dove l’economia locale è fortemente condizionata dalla spesa pubblica, e il livello di corruzione della PA è elevato, sono più vulnerabili dal potere corruttivo, ma è possibile riconoscere un’area geografica più a rischio anche dall’elevata presenza di reati ‘spia’.
Dove il numero di denunce all’autorità giudiziaria per estorsione/racket, usura, contraffazione, lavoro nero, gestione illecita del ciclo dei rifiuti, scommesse clandestine, gioco d’azzardo è molto alto, la probabilità della presenza radicata di una o più organizzazioni criminali di stampo mafioso è molto alta. 

Presenza preoccupante a Roma, Latina, Genova

Secondo uno studio realizzato a fine 2021 dalla Banca d’Italia, presentano un indice di presenza mafiosa preoccupante le province di Roma, Latina, Genova, Imperia e Ravenna.
Meno colpite, ma comunque con forti criticità, anche le provincie di Torino, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Varese, Milano, Lodi, Brescia, Savona, La Spezia, Bologna, Ferrara, Rimini, Pistoia, Prato, Firenze, Livorno, Arezzo, Viterbo, Ancona e Macerata.

Meno investite dal fenomeno, invece, le province del Triveneto (con leggeri segnali in controtendenza a Venezia, Padova, Trento e in particolare, Trieste), la Valle d’Aosta e l’Umbria.
Nel Mezzogiorno, i territori meno interessati dalla presenza del fenomeno mafioso sono le province di Matera, Chieti, Campobasso, e le sarde Olbia-Tempio, Sassari e Oristano. 

Trieste, Gorizia, Novara soffrono di più i tagli dei crediti

Nell’ultimo anno a livello provinciale la contrazione degli impieghi vivi erogati dalle banche alle imprese si è sentita maggiormente a Trieste (-18,5% pari a -756,9 milioni di euro), Gorizia (-14,1%, -154,7 milioni), Novara (-13,8%, -460 milioni), Trento (-13,5%, -1,6 miliardi).

Tra tutte le province d’Italia, solo Messina (+1,1%, +24,6 milioni), Enna (+1,4%, +6,4 milioni), Caltanissetta (+12,3%, +91,3 milioni), e Lodi (+12,7%, +291,6 milioni) hanno aumentato il volume dei prestiti. 
A livello regionale, invece, le realtà più interessate dalla contrazione dei prestiti sono Trentino Alto Adige -10,4% (-3 miliardi di euro), Friuli Venezia Giulia -10,3% (-1,6 miliardi), Valle d’Aosta -8,7% (-155 milioni). 

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Statistiche

Acquisti per gli animali da compagnia: per cosa spendono i proprietari?

Nell’ultimo anno integratori e antiparassitari sono i prodotti del comparto pet non-food acquistati più frequentemente dai proprietari italiani (69%). Secondo l’indagine realizzata da Nomisma per Zoomark, oltre il 60% ha affrontato una spesa anche per altri accessori, come cucce, gabbie, ciotole per cibo/acqua, e prodotti per la cura, l’igiene e la toelettatura fai-da-te dell’animale. Il 54% ha acquistato giochi e il 38% ha comprato o sostituito guinzagli, collari o pettorine nell’ultimo anno 

Per tutte le categorie del comparto pet non-food, la maggior parte dei proprietari ha allocato in media un budget di 100 euro. Tra le categoria con percentuali più alte di spesa rientrano le apparecchiature elettroniche, per cui circa il 16% dei pet owner negli ultimi 12 mesi ha speso più di 300 euro.

I pet owner alto spendenti

Il 32% degli intervistati è considerato un pet owner ‘alto spendente’. Dichiara, in altre parole, di aver speso più della media per gli accessori del proprio animale.

Per questa categoria di consumatori, il fattore decisivo nella scelta di acquisto di un certo accessorio è determinato dalla conoscenza e dalla fiducia verso il produttore. Si tratta di un consumatore ‘Premium’, ovvero, molto attento alla qualità complessiva del prodotto, all’unicità e l’originalità, ai materiali o ai tessuti, alla resistenza, il design e la sostenibilità, ma sempre nell’ottica di garantire il meglio al proprio pet e salvaguardarne il benessere.

I canali non-food: catene specializzate, online, GDO

Il 37% del campione preferisce effettuare lo shopping per accessori pet nei punti vendita specializzati, soprattutto nelle medio-grandi catene dedicate, perché permettono di vedere e testare i prodotti dal vivo.
Il 35% predilige invece gli acquisti online. Il 19% prevalentemente su siti generici come Amazon e il 16% su siti dedicati o quelli delle catene specializzate. Chi si rivolge al canale online è principalmente alla ricerca del prezzo più conveniente e di una più ampia gamma di scelta di prodotti.

Il 16% concentra poi gli acquisti nei supermercati o ipermercati per la comodità di fare al tempo stesso anche la spesa per la variabile prezzo e la prossimità con l’abitazione principale. Meno rilevanti gli acquisti nei discount e mercatoni (7%).

Cosa guida la scelta?

Sono soprattutto i gusti personali e il prezzo dei prodotti i driver d’acquisto dei pet owner italiani. Ma per il 20% dei proprietari anche la conoscenza del brand o dell’insegna risulta un importante driver di acquisto.

Anche la sostenibilità è però una componente sempre più rilevante, considerando che il 46% di loro afferma che porrà maggiore attenzione a questo aspetto nei prossimi 2-3 anni
Questo dato pone una sfida a tutto il comparto del non-food, spingendo le aziende produttrici di accessori a proporre prodotti dal minore impatto ambientale, e a prestare maggior attenzione alla sostenibilità sociale interna ed esterna all’impresa.

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Economia

Viaggi d’affari tra efficienza, costi e sostenibilità: una sfida complessa

Le aziende che esplorano nuovi mercati devono focalizzarsi su viaggi d’affari più efficienti, bilanciando esigenze dei dipendenti, politiche interne e sviluppi tecnologici. il recente SAP Concur Global Business Travel Survey, che ha coinvolto 3.750 viaggiatori e 600 travel manager in tutto il mondo, ha evidenziato le sfide e le opportunità in Italia.

L’impatto degli imprevisti sui viaggi d’affari

Il 78% dei viaggiatori business italiani ha sperimentato cambiamenti last minute nei loro itinerari, spesso a causa di ritardi, cancellazioni o necessità di modificare rotte. Il 71% preferisce aggiungere tempo extra nella pianificazione per mitigare questi imprevisti, ma la ciclica frustrazione rimane un ostacolo significativo per i viaggi d’affari.

Il tema “caldo” della sicurezza

I viaggiatori business italiani citano sicurezza (45%) e instabilità politica o sociale (39%) come i motivi principali per cui si rifiutano i viaggi di lavoro. I travel manager si trovano ad affrontare veri e propri episodi di burn-out per gestire una complessa pianificazione, spesso senza la formazione necessaria per questo ruolo strategico.

Compromesso tra sostenibilità e costi

Il 12% degli italiani evita viaggi d’affari per gli impatti ambientali, mentre il 24% degli intervistati ha visto riduzioni nelle spese per opzioni più sostenibili. Più di un terzo dei travel manager trova difficile promuovere soluzioni sostenibili senza un budget adeguato. Un’altra criticità è il fatto che il 61% dei viaggiatori business in Italia ritiene che i viaggi siano sì cruciali per la crescita professionale, ma molti lamentano disparità di opportunità basate su anzianità (15%), età (14%) e genere (6%).

Adozione dell’AI e necessità di formazione

Quasi il 96% dei viaggiatori d’affari italiani accoglie positivamente l’AI per migliorare l’organizzazione dei viaggi, ma solo il 5% si sente completamente a suo agio nell’utilizzarla. Il 93% desidera un supporto aziendale più solido per l’implementazione sicura dell’AI, inclusa la gestione dei dati e la minimizzazione dei bias.

Bleisure: bilanciare lavoro e piacere

Il fenomeno del “bleisure” è in crescita, ma politiche aziendali focalizzate sui costi e sulla sostenibilità limitano questa flessibilità. Le preoccupazioni economiche e ambientali minacciano l’equilibrio tra lavoro e vita privata per molti dipendenti.

Priorità aziendali e sentiment dei dipendenti

Il 38% dei viaggiatori business italiani ritiene che le esigenze di viaggio flessibili siano una priorità aziendale, mentre il 43% nota una riduzione dei costi. Più del 22% delle aziende limita il lavoro da remoto durante viaggi bleisure. Sebbene il 61% consideri i viaggi d’affari essenziali per la carriera, il 14% sarebbe disposto a rifiutare viaggi troppo restrittivi.

In sintesi, l’evoluzione dei viaggi d’affari richiede un equilibrio tra efficacia operativa, attenzione alle esigenze dei dipendenti e adozione responsabile di nuove tecnologie, preparando le aziende a navigare in un ambiente globale sempre più complesso e dinamico.

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Varie attualità

Estate senza vacanze per oltre 6 milioni di italiani

Sono 6,5 milioni gli italiani che quest’anno non andranno in vacanza e, fra loro, ben 3,7 milioni hanno dichiarato che il motivo della rinuncia è di natura economica. Il dato arriva dall’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Bilendi.

Problemi economici e aumento del costo della vita

Tra chi non parte, il 56% ha ammesso di non poterselo permettere economicamente. Questa percentuale sale al 64% tra i rispondenti con età compresa tra i 25 e i 34 anni e tra gli over 65. A livello territoriale, arriva addirittura al 66% tra i residenti al Sud e nelle Isole.

Tra coloro che non partiranno per ragioni economiche, il 47% ha dichiarato di essere in difficoltà a causa dell’aumento generale del costo della vita. Questo problema è particolarmente sentito tra gli over 65, con una percentuale che arriva al 71%.

Rincaro dei prezzi dei viaggi

Il 33% di chi resterà a casa per ragioni economiche ha detto che non partirà a causa del rincaro dei prezzi legati alla vacanza stessa. In questo caso, la fascia più vulnerabile è quella degli under 25, con una percentuale che arriva al 52%.

Gli altri motivi per cui si rinuncia a partire

Fra le rinunce dovute a ragioni non di natura economica, le principali sono l’assenza di giorni di ferie (21%), la necessità di accudire un familiare (10,5%) o un animale (13%). È da notare anche come siano ancora molti gli indecisi; circa 7,7 milioni di italiani non sanno se partiranno o meno.

I prestiti per le vacanze

Per ridurre l’impatto del costo della vacanza sul budget familiare, sono sempre di più gli italiani che scelgono di rivolgersi a una società di credito. Secondo l’analisi di Facile.it e Prestiti.it, nei primi 5 mesi del 2024, il peso percentuale delle domande di prestiti personali destinati alle vacanze è aumentato del 9% rispetto allo stesso periodo del 2023. Quest’anno sono stati erogati oltre 200 milioni di euro in prestiti personali destinati a coprire spese legate a viaggi e vacanze.

Il profilo di chi chiede un finanziamento per le ferie

L’analisi, realizzata su un campione di oltre 150.000 domande di finanziamento personale, ha messo in luce che chi ha chiesto questo tipo di prestito ha cercato di ottenere, in media, 5.416 euro da restituire in 50 rate, poco più di 4 anni. Guardando da vicino il profilo dei richiedenti, emerge chiaramente che questa tipologia di finanziamento è particolarmente diffusa tra i giovani. Un under 30 rappresenta una domanda su tre e, in generale, l’età media dei richiedenti è pari a 38 anni. Per le altre tipologie di prestiti personali, l’età media dei richiedenti è invece di 44 anni.

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Economia

PIL al rialzo nel 2024 e 2025: +1% e +1,1%

Buone notizie sul fronte dell’economia e del benessere del nostro Paese. A portare una ventata di ottimismo è l’ultima rilevazione dell’Istat, che prevede una crescita del PIL italiano dell’1% nel 2024 e dell’1,1% nel 2025, con una moderata accelerazione rispetto al 2023.

Nel 2024, l’aumento del PIL sarà sostenuto sia dalla domanda interna al netto delle scorte sia dalla domanda estera netta, entrambe con un contributo di +0,7 punti percentuali. Tuttavia, il contributo delle scorte rimarrà negativo (-0,4 p.p.). Nel 2025, la crescita dell’economia italiana sarà trainata principalmente dalla domanda interna, con un contributo di +0,9 punti percentuali.

Consumi e investimenti

I consumi privati continueranno a beneficiare del rafforzamento del mercato del lavoro e dell’aumento delle retribuzioni in termini reali, ma saranno frenati da una maggiore propensione al risparmio. Per il 2024, si prevede una crescita moderata dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie (ISP) (+0,4%), seguita da un’accelerazione nel 2025 (+1%).

Gli investimenti fissi lordi subiranno una decelerazione nel biennio di previsione, crescendo dell’1,5% nel 2024 e dell’1,2% nel 2025, rispetto al +4,7% del 2023. Questa decelerazione è dovuta alla diminuzione degli incentivi fiscali all’edilizia, parzialmente compensata dagli effetti delle misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dalla riduzione dei tassi di interesse.

Scende il tasso di disoccupazione

L’occupazione, misurata in termini di unità di lavoro (ULA), crescerà in linea con il PIL, con un incremento dello 0,9% nel 2024 e dell’1,0% nel 2025. Questo aumento sarà accompagnato da un calo del tasso di disoccupazione, previsto al 7,1% nel 2024 e al 7,0% nel 2025.

Inflazione e spesa

Nei prossimi mesi, si prevede un graduale ritorno a tassi di inflazione vicini agli obiettivi della Banca Centrale Europea (BCE). Questa dinamica porterà a una forte decelerazione del deflatore della spesa delle famiglie residenti, che passerà dal +5,2% del 2023 al +1,6% nel 2024, seguita da un moderato incremento del +2,0% nel 2025.

Le incertezze legate al quadro internazionale 

Lo scenario previsivo rimane caratterizzato da un’elevata incertezza dovuta all’evoluzione delle tensioni geopolitiche internazionali. Questi fattori potrebbero influenzare significativamente le previsioni economiche e la stabilità dei mercati, rendendo il quadro economico italiano vulnerabile a eventuali sviluppi negativi a livello globale.

In sintesi, l’economia italiana è prevista in crescita moderata nei prossimi due anni, sostenuta dalla domanda interna e da una graduale stabilizzazione dell’inflazione. Restano però i potenziali rischi legati alle incertezze geopolitiche.