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Ambiente e sostenibilità: italiani tra buoni propositi e azioni limitate

La salvaguardia del pianeta è un tema sempre più centrale, e nessun brand può permettersi di ignorare questa tendenza. Questo perché una persona su cinque a livello internazionale ha smesso di acquistare determinati prodotti o servizi a causa del loro impatto negativo sull’ambiente o sulla società. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno GfK ha condiviso alcuni risultati della ricerca internazionale #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali, primo fra tutti, la crescita del segmento dei consumatori Eco Active. Ovvero coloro che si sentono responsabili in prima persona per l’ambiente e stanno modificando i propri comportamenti di acquisto.

In forte crescita i consumatori Eco Active

Secondo i dati GfK nel 2020 è cresciuto il segmento dei consumatori Eco Active, che a livello europeo arriva a pesare il 24% e in Germania il 38%. In Italia, questi consumatori sono il 23% del totale. Si tratta di un target abbastanza senior, che gode di maggiori disponibilità economiche, mentre le fasce di popolazione più giovane, che in teoria dovrebbero essere protagoniste del cambiamento, pur avendo una sensibilità elevata per l’ambiente hanno in media meno risorse da impiegare. Inoltre, a causa le preoccupazioni legate al futuro tipiche dell’età finiscono per non cambiare i propri comportamenti, privilegiando servizi e comodità. Secondo le previsioni di GfK, entro il 2025 i consumatori Eco Active a livello mondiale arriveranno a pesare il 40% del totale. Una motivazione in più per le aziende per prepararsi per tempo con investimenti e iniziative di comunicazione mirate.

La distanza tra intenzioni e azioni

Secondo i dati GfK, il gap da colmare tra intenzioni e azioni è ancora ampio. Ad esempio, a livello internazionale il 66% delle persone dichiara di avere intenzione di acquistare prodotti con un packaging sostenibile, ma solo il 20% dei consumatori Eco Active mette in campo azioni quotidiane per ridurre il consumo di imballaggi in plastica. Inoltre, il 72% degli shopper tende ad attribuire una responsabilità maggiore agli altri rispetto che a sé stessi per quanto riguarda le tematiche ambientali. In particolare, secondo gli italiani sono soprattutto i produttori di beni e servizi (37%) e i governi (28%) a poter fare la differenza nella riduzione dell’impatto ambientale. Percentuali simili si rilevano anche considerando il target degli Eco Active italiani, per il quale solo il 26% pensa che la responsabilità sia principalmente dei consumatori.

Più attenti a parole che negli acquisti

Questo spostamento della responsabilità fa sì che nella pratica anche i soggetti che a parole si dichiarano più attenti alle tematiche ambientali facciano poi scelte di acquisto poco coerenti dal punto di vista della sostenibilità. Secondo l’indagine GfK la percentuale di chi effettua acquisti online, quindi potenzialmente più inquinanti, è maggiore tra gli Eco Active rispetto alla media della popolazione. Il consumo di acqua in bottiglia da parte degli Eco Active, ad esempio, è simile a quello del resto della popolazione, e l’acquisto di frutta e verdura confezionata è più alto della media.

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Economia

Pandemia e mercato del lavoro tra crisi e mutamenti

La Pandemia ha cambiato il mondo del lavoro, il modo di concepire l’idea stessa di lavoro, i rapporti tra colleghi e con i dipendenti, nonché il modo di cercare nuove opportunità lavorative o selezionare nuove figure professionali. Se il Covid da un lato ha scosso l’intero sistema economico, provocando una crisi profonda all’intero sistema, dall’altro ha dato l’opportunità di rivedere alcuni paradigmi che rischiavano di paralizzare il mondo del lavoro. Oltre ad avere accelerato il processo di digitalizzazione in ogni ambito, imprimendo una spinta al lavoro da remoto ha responsabilizzato l’attività dei dipendenti.

Le soft skills fanno la differenza
Ma in un contesto in continuo mutamento a fare la differenza nella scelta delle migliori figure professionali da inserire nel proprio team sono le soft skills, soprattutto se avvalorate da lettere di referenze da parte di ex colleghi o datori di lavoro. Viene meno poi il concetto di ufficio e scrivania, si lavora per obiettivi da qualsiasi parte del mondo, abbattendo i confini geografici e dando maggior valore alle competenze di ognuno. Il mondo del lavoro appare, dunque, sempre più globalizzato, per questo il vero capitale del futuro sarà rappresentato dalla reputazione.

La reputazione aziendale diviene un criterio di finanziamento

Oggi per le aziende lavorare sulla propria reputazione e guardare oltre il profitto diventa essenza stessa del profitto, “perché uno dei principali criteri con i quali si finanzieranno le imprese sarà quello reputazionale – sostiene Davide Ippolito, Ceo di Zwan, agenzia di reputation marketing e cofondatore di Reputation Rating -. Per gli imprenditori, però, è importante capire che la reputazione non è solo ciò che viene scritto sui social o nelle recensioni, ma si tratta di un parametro complesso, composto da asset interni ed esterni molto diversi tra loro”.

Cambia l’impostazione della ricerca del personale

 “Con la pandemia è cambiato non solo il modo di lavorare, ma anche l’impostazione della ricerca, e soprattutto i settori e le aziende privilegiate”, commenta Fernando Angulo, Responsabile della comunicazione di Semrush, piattaforma di Saas per la gestione della visibilità online.
“In periodi di crisi, la scelta migliore è quella di investire su sé stessi e acquisire nuove competenze, che possano rappresentare un vantaggio competitivo. In questo modo, a differenza di quanto si creda, è possibile reinventarsi a qualsiasi età, cambiando completamente lavoro – aggiunge Roberto Castaldo, Presidente e fondatore del Centro Studio Performance di 4 MAN Consulting -. È importante, quindi puntare a implementare la performance management, il coaching e lo sviluppo di competenze relazionali”. 

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Statistiche

Il ruolo degli influencer per la Generazione Z

Per i ragazzi tra i 18 e i 24 anni gli influencer hanno un ruolo importante nello scoprire nuovi brand e prodotti. A discapito della giovane età, i giovani della Generazione Z sono “autocentrati” ma al tempo stesso responsabili, fiduciosi nella tecnologia ma diffidenti sulle questioni della privacy. Ma non tutti i ragazzi hanno lo stesso approccio al consumo: c’è chi cerca un appagamento personale e chi esibisce prodotti e servizi come marcatore sociale. Sulla base dei differenti bisogni, aspettative e comportamenti di acquisto, una ricerca di Buzzoole, in collaborazione con Koniqa, ha identificato sette profili rappresentativi dei GenZ italiani: leader, narcisista, attivista, classico, funzionale, affettivo ed edonista.

Leader, narcisista, attivista o old fashioned?

Il leader (25%) è il cluster più numeroso. Dotato di buona capacità di spesa e di un livello di scolarizzazione medio basso, ha come pulsione principale il bisogno di successo e di dominio sugli altri. Per gli acquisti si affida a influencer competenti nel proprio settore. Per il narcisista (21%) il motore emotivo è l’autoaffermazione personale, e per gli acquisti si affida a influencer che hanno molti follower. L’attivista (17%) invece è caratterizzato da un forte senso etico e ha un forte senso di responsabilità: acquista prodotti che ispirano fiducia sulla sostenibilità.

L’old Fashion (15%) è uno dei cluster di età più giovane (18-19 anni) e a prevalenza maschile. Tradizionalista, mostra scarso interesse verso le innovazioni. Cultore di prodotti vintage, per scoprire nuove marche e tendenze si affida agli influencer preferiti.

Il funzionale, l’affettivo e l’edonista

Quanto al funzionale (11%), è di età media elevata e vive principalmente in grandi città metropolitane. Per lui gli acquisti hanno una forte componente razionale e di incubazione-ponderazione. Confronta sempre i prezzi e legge le recensioni prima di acquistare qualcosa.

L’affettivo (7%), al contrario, ha bisogno di affettività e ha una generale pulsione gregaria che scaturisce dal desiderio di sentirsi accettato. Si affida a influencer competenti nel proprio settore. L’edonista (5%) è a metà tra la ricerca di rassicurazione e il narcisismo. Mediamente più adulto (24 anni), è caratterizzato da un forte bisogno di fuga-rimozione dai problemi, che mette in pratica attraverso meccanismi di consumo per auto-gratificazione. Le marche preferite sono quelle che migliorano la sua vita nel quotidiano.

La “prova sul campo” è fondamentale anche per questa generazione 

Per la Genz le informazioni più rilevanti per la scelta di un prodotto o di un servizio sono quelle che arrivano dai propri pari: recensioni online (75%), passaparola (74%), foto e opinioni sui social network (70%). La voce ufficiale dei brand per loro continua a essere rilevante, sebbene le informazioni fornite su sito, pagine social e rivenditori siano messe a confronto con la voce autorevole di esperti (67%), blogger (66%), influencer (58%) e siti di comparazione prezzi (68%).  Ma nonostante un processo sempre più digitalizzato, riporta Ansa, il prodotto e la “prova sul campo” si confermano fondamentali anche per questa generazione (68%), consegnando al punto vendita un rinnovato vigore.

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Economia

Stop alla vendita di auto a motore termico

Più di tre quarti degli abitanti di Roma e Milano e oltre il 70% dei cittadini di Barcellona e Madrid si dice favorevole alla messa al bando di nuove auto diesel o benzina dopo il 2030. Stop alla vendita di auto a motore termico anche per il 63% degli abitanti delle principali città europee, secondo i quali dopo il 2030 dovrebbe essere consentita solo la vendita di auto a emissioni zero. Si tratta di alcune indicazioni emerse da un maxisondaggio YouGov, commissionato dalla federazione europea Transport & Environment (T&E). Un’indagine imponente e unica nel suo genere, che ha coinvolto oltre 10.000 persone in alcuni dei maggiori centri urbani europei di otto Stati, Belgio, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito.

A Roma e Milano il sostegno più convinto allo stop

A livello europeo, il dato medio di chi è favorevole alla messa al bando delle auto a motore a scoppio è del 63%, ma in tutti centri urbani i favorevoli superano comunque la maggioranza assoluta degli intervistati. Il tasso più alto spetta ai romani (77%), mentre tra i milanesi è del 73%. Il capoluogo lombardo è al terzo posto dietro Barcellona, che ha fatto registrare un tasso di favorevoli al bando delle auto a motore termico pari al 74%. Per far decollare il mercato dell’auto elettrica è però necessario lo sviluppo di una capillare rete di infrastrutture di ricarica. Di questo ne è consapevole il 61% dei romani e il 62% dei milanesi.

Il prezzo delle auto “pulite” è ancora troppo alto

Altrettanto chiara è la necessità che i prezzi delle auto “pulite” siano analoghi a quelli delle auto tradizionali, un fattore indispensabile per lo sviluppo del mercato delle auto a emissione zero, indicato dal 61% degli automobilisti di Roma e dal 56% di quelli di Milano. Secondo T&E una prima risposta concreta alle aspettative dei cittadini europei potrebbe arrivare a giugno prossimo. La Commissione europea, quando proporrà di inasprire i limiti di emissioni CO2 delle auto, potrebbe infatti fissare una data dopo la quale sarà vietato commercializzare auto diesel o benzina.

La messa al bando dei motori tradizionali è una delle opzioni che i legislatori Ue hanno sul tavolo per centrare l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente climate-neutral entro il 2050.

Dieci governi europei hanno già detto stop a livello nazionale

“I decisori politici – commenta Veronica Aneris, direttrice per l’Italia di T&E – dovrebbero ascoltare i cittadini che si dicono pronti alla transizione completa verso veicoli a zero emissioni già nel 2030. Confidiamo che la Commissione la prossima estate effettivamente proponga una data finale valida in tutta l’Ue per la vendita di automobili con motori a combustione interna”.

Dieci governi europei, riporta Askanews,  hanno già adottato questa misura a livello nazionale, ma rimangono dubbi sulla legalità di procedere in tal senso, senza aver stabilito un percorso graduale condiviso a livello comunitario.

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Gusto e tendenze nella scelta dei tavoli di design

Quando si arreda uno studio, una casa o un’attività commerciale, non si può non scegliere anche un tavolo. Tale elemento è fondamentale perché rappresenta il cuore dell’allestimento scenico all’interno del proprio spazio.

Per trovare l’opzione giusta, bisogna optare per un tavolo che sia in grado di fare la differenza conferendo stile e personalità ad uno spazio. Per tale motivo è consigliabile optare per tavoli di design.

Parliamo di elementi protagonisti all’interno di una stanza, che devono essere scelti tenendo conto dello stile di arredamento che si vuole creare e che diverranno il perno visivo del tuo arredamento.

Tavolo di design, come sceglierlo

Per scegliere un tavolo di design la cosa migliore è puntare su un prodotto che possa rivedere il concetto di spazio. Ad essere essenziale della scelta è la forma. Essa rappresenta un aspetto fondamentale in quanto ogni persona che siederà a quello specifico tavolo avrà bisogno del proprio spazio e la forma glielo darà oppure no.

C’è l’opzione di puntare su tavoli grandi di forma rettangolare o quadrata, ad esempio negli open spaces.

Diversamente, si può puntare su tavoli dalle forme squadrate, geometriche ed ovali. Vanno bene anche più piccoli invece, negli spazi ristretti. In tutti i casi, un tavolo per essere definito artistico deve avere degli elementi unici nel proprio genere che gli conferiscano carattere e personalità.

Le tendenze dei tavoli di design

La scelta del tavolo di design deve tenere anche conto di quelli che sono gli ultimi trends nell’ambito dell’interior design. In genere, attualmente quelli che vanno per la maggiore sono i tavoli dallo stile minimal. Gli elementi ed i materiali più diffusi sono il legno, il metallo o anche il vetro.

La cosa importante è puntare su forme particolari, meglio se squadrate. Anche l’effetto tondeggiante è tornato in voga nel corso degli ultimi anni. Non dimenticate, nella scelta di un tavolo artistico di tener anche conto delle vostre esigenze personali e di spazio.

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Statistiche

Casa, per gli italiani è una priorità: 6 su 10 la proteggono con un’assicurazione

Per gli italiani la casa è un bene primario, quasi sempre la proprietà più preziosa (e costosa) che si possiede. Come confermano anche i dati Istat, nel nostro Paese circa l’80% degli abitanti sono proprietari della casa in cui vivono. Non sorprende quindi che i nostri connazionali vogliano proteggerla: lo conferma una recente indagine che rivela che sei italiani su dieci hanno assicurato la propria abitazione o intendono farlo. Come riporta la ricerca di Prima Assicurazioni commissionata a Nielsen: “Il 62,4% ha assicurato la casa o è in cerca della polizza per proteggere la propria abitazione da incidenti, furti ma anche da eventi naturali”. La percentuale sale al 67,4% se si considerano i proprietari di casa, mentre cala al 42,2% guardando ai soli affittuari. Includendo ancora proprietari e affittuari, il 37,6% degli intervistati ha già acquistato una polizza casa, mentre il 24,8% è in cerca del prodotto su misura per le proprie necessità.  

Come si sceglie un’assicurazione casa?

Ma come si sceglie un’assicurazione sulla casa? Il 55% di chi ha questo tipo di copertura l’ha acquistata dal proprio agente assicurativo, mentre il 30% degli assicurati ha scelto la banca e il 15% si è affidato alle assicurazioni on line. Va però sottolineato che il 29,4% di chi ha un prodotto casa ha un mutuo che rende obbligatoria per legge almeno la garanzia incendio e scoppio, quasi sempre erogata dalla banca stessa.

Le garanzie più scelte: gli eventi naturali fanno paura 
Analizzando i rischi che più preoccupano gli italiani in merito all’abitazione, sono gli eventi naturali quelli che spaventano maggiormente. D’altronde, riporta l’indagine, “In un territorio sismico e sempre più soggetto a “bombe d’acqua” per le piogge torrenziali, oltre un italiano su due che assicura la propria casa la protegge da alluvioni, terremoti e altri eventi atmosferici o naturali imprevisti”. Proprio per questa ragione, è ben il 52,3% degli assicurati che ha scelto di tutelarsi da eventuali danni causati da eventi atmosferici e altri eventi naturali imprevisti. Le garanzie più scelte in assoluto sono quella da danni causati da incendio e scoppio, che è però obbligatoria per legge in caso di mutuo, acquistata dall’83,8% di chi ha comprato una assicurazione casa, e la protezione da furti in casa, copertura scelta dal 66,8% di chi ha stipulato un’assicurazione. Ma il desiderio di mettersi al riparo dagli imprevisti si estende anche oltre i muri della casa. Infatti il 63% dei possessori di una polizza casa ha anche acquistato una polizza famiglia o infortuni, dimostrando una tendenza culturale che associa la protezione dell’abitazione a quella del nucleo familiare.

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Economia

Aumentano i Neet, e il mercato del lavoro è congelato

Nel IV trimestre 2020 in Lombardia diminuisce il tasso di occupazione (66,9%) che nell’ultimo anno perde 1,6 punti percentuali, più della media nazionale. A diminuire però è anche il tasso di disoccupazione, che si attesta al 5,3%, mentre nel 2019 era al 6%. Nel 2020 poi si registrano 100 mila cessazioni di contratti a tempo indeterminato in meno rispetto all’anno precedente. Questi i dati del report sul mercato del lavoro in Lombardia nel IV trimestre 2020 di Unioncamere Lombardia. Dati che devono essere letti alla luce delle politiche messe in campo dal governo per la tenuta sociale del Paese e per contrastare la pandemia, e che ci restituiscono l’istantanea di un mercato del lavoro “congelato”. Se il divieto di licenziamento e 1,1 miliardi di ore di cassa integrazione hanno evitato un’emorragia occupazionale, un giovane su 6 è un Neet, ovvero, non studia né lavora.

Negli ultimi mesi del 2020 quasi 90 mila occupati in meno

Gli ultimi mesi del 2020 confermano il calo della base di riferimento per l’occupazione lombarda già evidenziato nel secondo e terzo trimestre: il numero di occupati è inferiore del -2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (pari a quasi 90 mila occupati in meno), con una variazione media per il 2020 del -1,7%. La diminuzione del tasso di occupazione, sceso al 66,9%, è più marcata rispetto alla media nazionale, a dimostrazione dei maggiori effetti negativi che la pandemia ha avuto sul mercato del lavoro lombardo.

Meno disoccupati, ma non è un dato positivo

La disoccupazione in Lombardia ha mostrato un significativo calo rispetto ai livelli del 2019 e al trimestre precedente. Tuttavia, l’andamento anomalo rappresenta una probabile spia della difficoltà di cercare un’occupazione, soprattutto nei periodi di restrizioni alla mobilità e a molte attività economiche, piuttosto che un indicatore di buona salute del mercato del lavoro. Il calo del tasso di attività (70,7%) conferma infatti l’allontanamento dal mercato del lavoro di una consistente quota della popolazione lombarda, quasi 130.000 unità in meno rispetto allo stesso trimestre 2019.

I Neet sono il 17,4% dei giovani tra i 15 e i 29 anni

Si tratta di una situazione artificiosamente cristallizzata, a cui fa da contraltare la preoccupante crescita dei Neet, che rappresentano il 17,4% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, con una penalizzazione dei lavoratori con titoli di studio meno elevati e diminuzione dei contratti a tempo determinato e a tempo parziale.

“Il tasso di occupazione in Lombardia è calato di più rispetto alla media italiana e l’apparente minore disoccupazione nasconde purtroppo una crescente difficoltà nella ricerca di lavoro, con uno scoraggiamento nelle fasce più deboli – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia –. Le conseguenze della pandemia sono state particolarmente pesanti per giovani, lavoratori poco qualificati e contratti a termine/part-time, ed è inoltre diminuita la partecipazione femminile”.

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Economia

Le previsioni sull’andamento del largo consumo per il 2021

La permanenza di una fase acuta del virus sta rallentando la ripresa dell’economia e inasprendo disagio economico e divari sociali. La diffusione del lavoro agile contribuisce a sua volta a mantenere in ambito domestico una parte dei consumi alimentari migrati dai canali extra-domestici. Questo comporta che una fetta non trascurabile di pasti Out of Home resterà in casa, continuando a sostenere gli acquisti alimentari, soprattutto nella prima metà di quest’anno. Prosegue poi l’espansione delle vendite nei discount e degli acquisti dettati dalla ricerca di convenienza. Secondo le previsioni sull’andamento dei mercati del Largo Consumo Confezionato per il 2021 di IRI i prezzi nell’anno in corso resteranno deboli, e si osserverà una ripresa dell’attività promozionale, anche se al di sotto dei livelli pre-Covid.

Vendite a valore, -3,1% e flessione dei volumi -2,6%

La crisi del reddito e l’inasprimento della competitività orizzontale manterranno centrale la gestione del prezzo, sia per quanto riguarda il posizionamento sia per quanto riguarda la leva promozionale. Per questo motivo non ci si aspetta un atteggiamento inflazionistico da parte del mercato (i prezzi medi dovrebbero attestarsi al -0,5%), né una contrazione dell’attività promozionale. Inoltre, il 2021 sarà l’anno delle ‘controcifre’ per il largo consumo, i trend sconteranno il confronto con i periodi di forte discontinuità segnati l’anno scorso. Le previsioni di IRI indicano che le vendite a valore per la chiusura 2021 registreranno un calo del -3,1%, e si prevede una flessione dei volumi del -2,6%.

Da marzo andamento delle vendite entra in terreno negativo

A partire da marzo la domanda di largo consumo dovrà confrontarsi con più periodi di forte rialzo registrati nel 2020. L’andamento delle vendite è previsto entrare in terreno negativo a causa appunto degli inevitabili rimbalzi sulla controcifra. Il rimbalzo negativo è previsto soprattutto per i reparti chimici, per cui ci si attende una contrazione delle vendite a valore a del 4,6%. Meno impattate invece le vendite delle bevande (-2%) e della drogheria alimentare (-2,8%).

Crescita a valore per il canale online + 60% 

Il maggiore calo del retail previsto per il secondo semestre del 2021 è causato sia dalla ripresa dei consumi fuori casa, in coincidenza di una maggiore normalità sociale auspicata dall’esaurirsi dell’epidemia, sia dalle difficoltà di reddito delle famiglie. Questo, a fronte di una ripresa economica che sarà comunque lenta, e che potrebbe manifestarsi con maggiore forza solo a partire dalla seconda metà del 2022. Una nota finale deve sicuramente essere attribuita al canale che maggiormente ha acquisito importanza nel corso del 2020, e che rimarrà un punto di riferimento fondamentale per il consumatore anche in futuro: l’e-commerce. Le previsioni di IRI indicano una crescita a valore per il canale online del 60% per il 2021, che lo porterà a sfiorare la quota del 3% sul totale nella distribuzione fisica e online per le vendite di prodotti confezionati di largo consumo.

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Suggerimenti per mantenere il tuo prato sempre verde

In Estate, così come nel resto dell’anno, è logico che chi ha la fortuna di avere una casa con giardino voglia avere un prato perfetto. Il buon aspetto del manto erboso è essenziale affinché la visione globale dei nostri esterni sia perfetta ed invitante.

Ecco allora di seguito alcuni consigli per mantenere il tuo prato sempre ben folto e verde.

Scegli il tipo di prato giusto

Se prevedi di rinfoltire un’area a prato, sarà utile sapere che ne esistono di diversi tipi. Una buona scelta iniziale determinerà la quantità di cure che dovrai apportare in futuro. L’opzione più conveniente nella progettazione giardini è quella che tiene conto del clima, del tipo di terreno di cui disponi e dell’uso che si intende fare del prato. 

Per le nuove installazioni ci sono due opzioni: partire dalla seminazione, che impiegherà mesi per dare risultati, o ricorrere al prato a zolle che è subito pronto.

Irrigazione

Devi innanzitutto analizzare il terreno prima della semina per verificare se ci sono problemi di drenaggio e studiare quale sistema di irrigazione è il migliore in base alle condizione del luogo. Considera poi che la Primavera e l’Autunno sono le stagioni ideali per la semina poiché le temperature sono più miti. 

Dopo la semina è necessario annaffiare 2 o 3 volte al giorno in modo che il terreno sia sufficientemente inumidito, ma quando l’erba raggiunge i 2 cm di altezza le annaffiature vanno progressivamente ridotte.

Quando tosare il prato?

Un prato senza una manutenzione regolare non durerà a lungo, e per questo deve essere tagliato periodicamente per mantenerlo sano. L’ideale è tagliare a metà lo stelo, tagliando ogni volta in una direzione diversa in modo che la radice non poggi sempre nella stessa direzione.

Manutenzione del prato

Per ottenere una migliore crescita, si consiglia di concimare il giardino ogni quattro-cinque settimane. Come integratore, sia per favorire la crescita che per prevenire i parassiti, è preferibile adoperare concimi organici.

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La solitudine è un veleno per la mente e può causare depressione

Un cervello privato dei contatti umani soffre, e la solitudine è causa di un caso di depressione su cinque. Il contatto umano è letteralmente cibo per il nostro cervello, e un cervello che si trova in una condizione di solitudine e isolamento reagisce esattamente come quando si ha fame, attivando esattamente le stesse aree. La mente soffre quindi come se fosse privata di un sostentamento indispensabile alla vita. In tempo di lockdown, quarantene, e distanziamento sociale gli esperti temono quindi un incremento del numero dei pazienti affetti da depressione. Già oggi, per circa 600mila dei 3 milioni di pazienti l’isolamento potrebbe essere un motivo scatenante o aggravante di ulteriore disagio mentale. Lo dimostrano i dati emersi da uno studio pubblicato su Nature Neuroscience e discusso in occasione del XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia.

Il contenimento del contagio e le conseguenze negative sul benessere mentale

Insomma, la fame di socialità connessa al distanziamento fisico e alle quarantene imposte per il contenimento del contagio da Sars-Cov-2 ha effetti diretti sul funzionamento del cervello e conseguenze negative sul benessere mentale. Di fatto, l’indagine pubblicata su Nature Neuroscience è stata condotta su volontari rimasti a digiuno per dieci ore, o deprivati di qualunque contatto umano, reale o virtuale, per altrettanto tempo. In seguito, riporta Askanews, l’analisi del cervello con risonanza magnetica nucleare funzionale ha dimostrato che in entrambi i casi si è attivata la cosiddetta substantia nigra, una piccola area cerebrale coinvolta nel desiderio di cibo, e quindi anche di socialità.

La solitudine indebolisce anche il sistema immunitario

“La solitudine è letteralmente veleno per la nostra salute: sappiamo infatti che indebolisce il sistema immunitario, favorisce la comparsa di molte malattie, ma soprattutto che compromette il benessere mentale – spiega Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano –. Abbiamo infatti un cervello sociale, che ha bisogno di contatti umani proprio come abbiamo necessità di cibo per vivere. Non si tratta di una metafora: uno studio pubblicato di recente su Nature Neuroscience ha dimostrato che nel cervello di chi è costretto all’isolamento prolungato si accendono le stesse aree che vengono attivate dalla fame di cibo, con effetti particolarmente evidenti in chi prima di ritrovarsi a lungo da solo aveva una vita piena di interazioni sociali soddisfacenti”.

Quando il cervello è a ‘digiuno’ soffre del contatto con l’altro

“Avere interazioni sociali è una necessità umana di base, come nutrirsi: quando è a ‘digiuno’ del contatto con l’altro, il cervello soffre e lo desidera disperatamente – commenta Matteo Balestrieri, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Udine -. Purtroppo le regole di isolamento e distanziamento sociale imposte per contenere la pandemia di Covid-19 in corso stanno aumentando la solitudine, con effetti marcati proprio nelle fasce d’età che per motivi diversi tendono più spesso ad allontanarsi dal resto del mondo, gli anziani e gli adolescenti”.